Laboratorio Marxista | ANSWER is not the answer (prima parte)
Laboratorio Marxista, ANSWER is not the answer. Riflessioni su pacifismo, antimperialismo e guerra alla vigilia dell’aggressione all’Iraq, 60 pag., Autoproduzioni, 2003-2014, Prima edizione: gennaio 2003, ristampato nel luglio 2014 per la raccolta Quattordici anni, EBOOK A5, COPERTINA

Il 18 gennaio si è realizzata una mobilitazione internazionale promossa dalla coalizione pacifista americana ANSWER [1] a cui hanno aderito molte e variegate realtà del movimento contro la guerra italiano.
Prendiamo spunto da questa mobilitazione per sviluppare alcune riflessioni su ANSWER e – soprattutto – su come concepiamo l’intervento degli antimperialisti nel movimento contro la guerra e la relazione con gli altri settori di tale movimento.
Intendiamo anzitutto premettere che nutriamo il dovuto rispetto per quelle espressioni del pacifismo che si sono rivelate oneste e combattive e che non abbiamo avuto problemi – in particolari occasioni di lotta [2] – a mobilitarci congiuntamente seppur mantenendo sempre integralmente la nostra autonomia politica.
Questa autonomia è indispensabile per sviluppare la lotta più intransigente contro i “pacifisti dell’ultim’ora” (siano essi democratici americani, verdi tedeschi o “sinistri” italiani) che cercano di riciclarsi nel movimento contro la guerra per rifarsi la “verginità” perduta dopo l’appoggio alle aggressioni “umanitarie” del passato.
Ma è indispensabile anche per sviluppare una battaglia politico-culturale contro quelle posizioni del “pacifismo a tutti i costi” che, aldilà delle più o meno nobili intenzioni, sono in ogni caso portatrici di una concezione del mondo basata sulla illusoria convinzione che le classi dominanti siano disposte ad accettare “democraticamente” il verdetto, cioè il consenso, della cosiddetta “opinione pubblica”.
Le cose – crediamo che non ci sia bisogno di grandi dimostrazioni – non sono mai andate così, non vanno così e – prevedibilmente – non andranno mai così [3].
Non si tratta di un problema di “buona” o di “cattiva” fede.
Si tratta di un problema politico e come tale deve essere affrontato.
Gli attivisti di ANSWER, come tutti i pacifisti, sembrano ritenere che sia possibile fermare una guerra creando un ampio movimento di contestazione e “per la pace” [4].
È naturalmente normale e legittimo che i pacifisti la pensino così.
La domanda che intendiamo porci – e porre – è se anche gli antimperialisti possono pensarla così.
Questa domanda si rende necessaria perché soggetti che si autodefiniscono “antimperialisti” promuovono iniziative tese a “fermare la guerra”, propongono “forum per la pace” o “comitati per la pace”, cercano di diffondere una maggiore coscienza civile della nefandezza della guerra, sostengono coalizioni ampie contro la guerra in generale oppure aderiscono a iniziative basate su combinazioni varie di questo genere di posizioni…
Un elemento deve essere ben chiaro del nostro ragionamento.
Noi non critichiamo il fatto che il movimento nel suo complesso (e specialmente la sua area pacifista) si muova con modalità e con posizioni che possono essere anche molto diverse dalle nostre. Riteniamo inevitabile che un movimento, specie se ampio come è – e sempre di più sarà – il movimento contro la guerra in Iraq, si muova in mille modi e con mille posizioni.
Quello che ci interessa è capire come possono muoversi all’interno di questo movimento gli antimperialisti, con quali posizioni e con quali obbiettivi.
A nostro avviso gli antimperialisti devono innanzitutto avere ben chiaro che nessun consenso sarà mai sufficiente per convincere il potere a desistere dalle sue intenzioni e quindi a scongiurare la guerra.
Nessuna guerra è mai finita per effetto delle contestazioni contro la guerra.
La guerra del Vietnam, tanto per fare un esempio, è finita grazie alle pallottole dei vietcong, e non grazie “fiori nei cannoni” dei pacifisti.
Il fatto che nei paesi imperialisti i “fiori nei cannoni” – con tutto il bagaglio culturale (musicale, letterario, artistico…) correlato – abbiano avuto più spazio nella comunicazione di massa persino della stessa resistenza del popolo vietnamita è solo l’ennesima dimostrazione che il potere cerca di scegliersi anche le forme di opposizione a sé stesso.
Il potere auspica che la forma più alta di contestazione alle sue guerre di rapina, alle sue aggressioni, ai suoi massacri, ai suoi veri e propri genocidi… siano i “fiori nei cannoni”, i convegni sulla democrazia, l’equidistanza tra aggrediti e aggressori, la rinuncia nonviolenta alla lotta, l’espressione debole del dissenso, l’esposizione dell’iride ai balconi o alle finestre, le manifestazioni liturgiche dell’indignazione del momento…
Il potere è disposto a tollerare (comunque sempre entro certi limiti) il dissenso politico, anche quello più radicale; non tollera invece chi intende passare dal dissenso all’opposizione politica e sociale organizzata; soprattutto non tollera coloro che sono consapevoli della irriformabilità del modo di produzione capitalistico e della necessità della distruzione di ogni gerarchia di potere ad esso correlata.
Se è corretta l’analisi che facciamo e cioè che la guerra contro l’Iraq – che si inserisce peraltro in un quadro di guerra “di lunga durata” – è una guerra imperialista necessaria per determinare particolari equilibri geo-strategici tanto nell’area quanto a livello planetario, anche nel caso che vi fosse una opinione pubblica schierata maggioritariamente contro la guerra questa non potrebbe comunque essere fermata pena il mancato raggiungimento di tali obbiettivi e l’innesco a catena di una serie di conseguenze estremamente pericolose per gli interessi di alcune frazioni imperialiste.
A nostro avviso, il fatto che la guerra possa o non possa essere fermata è un elemento decisivo.
Se la guerra potesse essere fermata si potrebbe essere tentati dal rinunciare transitoriamente ad alcune posizioni per formare una coalizione unitaria la più ampia possibile capace – appunto – di fermare la guerra.
Impedire la guerra, se fosse possibile, potrebbe essere prioritario per evitare il massacro di centinaia di migliaia di irakeni (peraltro già massacrati da oltre 10 anni di embargo) e l’occupazione militare americana che sicuramente non costituirebbero passi in avanti rispetto alla situazione attuale, per nefasta che questa possa essere considerata.
Se la guerra non può essere fermata allora gli antimperialisti hanno il dovere di privilegiare la battaglia politica contro le posizioni arretrate del movimento e le sue direzioni opportuniste cercando di stimolare la crescita politica di tutti i settori che possono – almeno potenzialmente – sviluppare posizioni autenticamente antimperialiste e, in prospettiva, rivoluzionarie.
Questo implica avere un punto di vista completamente autonomo che esprima la sintesi più alta raggiungibile oggi nel movimento antimperialista [5] in modo che questo possa avere lo spazio politico che merita e superare lo stato di oggettiva subalternità politica e culturale che ne caratterizza spesso l’attività (verso i Social Forum, verso i pacifisti, verso la sinistra-sindacato di regime, verso il movimento in senso generale…).
Molti sostengono che, mai come oggi, di fronte ad un potere arrogante e violento è necessaria la massima unità per mettere in campo una forza massiccia capace di “confrontarsi” con questo potere.
Noi diciamo che, mai come oggi, di fronte alla capacità del capitalismo di assorbire le proprie contraddizioni interne e di recuperare le grandi e grandissime manifestazioni di dissenso è indispensabile andare oltre, ben oltre, le rituali manifestazioni di indignazione e procedere alla costruzione di una proposta strategica capace di collocare ogni momento di lotta nell’ambito di un processo generale di trasformazione (anzitutto dei rapporti di forza tra le classi).
Si dice che il 18 gennaio, in occasione della mobilitazione internazionale promossa da ANSWER, a Washington abbiano sfilato ben 500 mila manifestanti. Il 9 novembre si dice che a Firenze abbiano manifestato contro la guerra 1 milione di persone; eppure questo non ha neppure scalfito la determinazione di Berlusconi ad appoggiare l’aggressione [6].
Si capisce dunque che anche 500 mila manifestanti a Washington o a San Francisco rappresentano poco più di una goccia nel mare della cosiddetta “opinione pubblica” americana e non necessariamente costituiscono una forza decisiva per l’esito della lotta.
Questo vale in termini numerici [7], ma vale ancora di più in termini politici in quanto la forza politica di un movimento, la sua capacità di inserire all’interno del “gioco delle parti” elementi di reale rottura e – per conseguenza – di riflessione, non dipende soltanto dalla sua dimensione numerica quanto piuttosto dal suo programma di lotta e dalla sua capacità di compiere passi concreti per trasformarlo in pratica politica.
Facciamo un esempio.
Ammesso che fosse possibile anche solo immaginarlo, chi può dubitare che 500 mila manifestanti armati di AK47 a spasso per Washington porrebbero a Bush un problema di ordine completamente diverso da quello che pongono 500 mila manifestanti “armati” di bandierine colorate o di cartelli “no war”?
È un esempio estremo evidentemente, un paradosso.
500 mila manifestanti armati di mitra non potrebbero mai girare indisturbati in nessun luogo degli USA neanche dove il possesso di armi è assolutamente legale [8].
Quello che vogliamo dire è che il numero di partecipanti ad una manifestazione – per quanto grande esso possa essere – non è né l’unico, né il principale indicatore della forza di un movimento di opposizione.
Spesso non lo si capisce a causa di una educazione pseudo-democratica secondo la quale la legittimità di una posizione politica dipende solo dall’ampiezza del consenso formale che raccoglie, senza ricordare però che tutti gli strumenti per la formazione di tale consenso (educazione, mezzi di comunicazione di massa, egemonia nei rapporti sociali e nei modelli socio-culturali…) sono tutti in mano ad una classe e che nessuna autonomia politica reale della classe è possibile se neppure i suoi settori più “avanzati” hanno il coraggio di sviluppare la propria.
Noi diciamo che una posizione politica può essere corretta anche se non incontra la spontanea adesione di un consenso ampio.
Questo non significa che approviamo l’adagio “meglio pochi ma buoni”. Tra “meglio pochi ma buoni” e “l’importante è essere tanti” noi propendiamo per “meglio tanti e buoni”.
Il problema è: da dove partire, dall’essere “buoni” o dall’essere “tanti” (concetti entrambi rigorosamente relativi)? Qualità o quantità?
Come sempre, ponendo il problema in questo modo si finisce irrimediabilmente in un circolo vizioso. Sicuramente ogni cosa nasce piccola per poi divenire grande. Ma si può essere in pochi ed avere comunque un “cattivo” progetto.
La stessa esperienza di ANSWER ci insegna che senza un progetto politico a monte (come quello del Workers World Party con la sua articolazione International Action Center) è più difficile anche produrre un certo tipo di indirizzo nel movimento (“giusto” o “sbagliato” che sia questo indirizzo).
Note
[1] A.N.S.W.E.R. (Act Now to Stop War and End Racism, “Agisci ora per fermare la guerra e porre fine al razzismo”) è una coalizione pacifista e anti-razzista americana co-promossa dall’International Action Center di Ramsey Clark – già attorney general, cioè ministro della giustizia, dell’Amministrazione Johnson – e da altre associazioni di solidarietà internazionale, pacifiste e religiose.
[2] Ad esempio, il 26 ottobre scorso abbiamo organizzato un presidio in concomitanza temporale con le mobilitazione internazionale promossa, appunto, da ANSWER.
[3] Come riflessione generale su pacifismo e non-violenza suggeriamo una lettura molto interessante di Paolo Persichetti, Disobbedire non basta. I malintesi della non-violenza.
[4] Lo slogan delle manifestazioni promosse il 26 di ottobre 2002 era “Stop the war before it starts” (“Fermare la guerra prima che inizi”). Nello stesso nome ANSWER “S” e “W” stanno per “Stop the War”.
Per le mobilitazioni del 15 febbraio prossimo (gemellate con quelle del FSE) la parola d’ordine sarà “Stop the war through mass resistance and protest in New York City and around the world” (“Fermiamo la guerra attraverso la resistenza di massa e la protesta a New York e nel resto del mondo”).
[5] È in questa ottica che ci interessa promuovere la formazione di un coordinamento nazionale delle forze antimperialiste.
[6] Il 30 gennaio Berlusconi ha sottoscritto per conto dell’Italia assieme ad altri 7 paesi europei l’appello “Europe and America must stand united” (“Europa ed America devo restare unite”) sostenendo che “la credibilità delle Nazioni Unite è ormai al limite” (newsletter del 30.01.2003 di Internazionale). Nell’appello questi paesi si schierano con gli USA isolando – almeno per il momento – Francia e Germania che, insieme a Belgio e Lussemburgo, avevano persino rifiutato di discutere dell’invio di missili Patriots alla Turchia per sostenerne la difesa in caso di attacco da parte irakena.
http://www.timesonline.co.uk/article/0,,482-559907,00.html
[7] In un paese di 300 milioni abitanti 500 mila manifestanti costituiscono 1/600 della popolazione – circa lo 0,001 % – che rapportato all’Italia corrisponde a poco più di 90 mila manifestanti.
[8] Lo sa bene chi conosce la storia del Black Panther Party, gruppo che girava legalmente armato per garantire l’autodifesa della comunità nera dagli attacchi razzisti della polizia e che in virtù di questo fu sottoposto al programma di controrivoluzione preventiva COINTELPRO (Counter Intelligence Program) che prevedeva, tra le altre cose, l’eliminazione fisica degli attivisti e la distribuzione di massa della droga nei quartieri popolari dove tali attivisti vivevano e operavano politicamente.